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Pomigliano d’Arco (provincia del Guangdong?)

Mentre sabato 12 giugno le televisioni mandavano in onda gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda che coinvolge lo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, a qualcuno potrebbe improvvisamente essere venuto in mente il libro di Naomi Klein Shock economy, nel quale è descritto come il capitalismo moderno approfitti delle grandi catastrofi che colpiscono l’umanità per imporre sempre più ferocemente il proprio dominio.

Nel caso di Pomigliano il paragone potrebbe apparire eccessivo, una forzatura. È indubbio però che nel nostro Paese, così come in tutta l’Europa, con la motivazione della crisi economica globale, il capitale stia introducendo una serie di mutamenti strutturali destinati nel breve termine a modificare, ovviamente in peggio, le condizioni di vita e la stessa esistenza delle classi subalterne. E questo senza incontrare una resistenza degna di questo nome da parte di un mondo del lavoro oramai stremato dalla disoccupazione.


Basti pensare all’attacco definitivo al sistema del Welfare che viene portato avanti dai governi di destra come da quelli di sinistra, oppure al drastico “snellimento” nel settore della pubblica amministrazione, che, seppure alleggerendo il deficit di bilancio degli stati, spalancherà però automaticamente le porte della disoccupazione a ulteriori centinaia di migliaia di lavoratori i quali tra breve tempo si aggiungeranno ai già tanti, troppi, senza lavoro del settore privato.

In Italia poi la gravissima situazione del sistema economico è da tempo giunta alla resa dei conti in quanto sconta una serie infinita di ritardi cronici e di croniche inadeguatezze, una fra tutte, la sua storica frammentazione nella tanto magnificata piccola impresa.
Un tempo meravigliosa macchina da guerra italica e parte assolutamente rilevante dell’ossatura produttiva, al tempo della crisi, proprio il mondo delle PMI sta subendo una impressionante débacle dovuta alle sue scarse competitività e innovazione e – fattore non ultimo – alla cronica mancanza di mezzi finanziari propri.
Il problema che si pone imprescindibile per il capitale italiano è dunque quello di recuperare il terreno perduto in tempi brevissimi prima che la situazione si avviti su se stessa e precipiti definitivamente in una tempesta di disoccupazione e di fallimenti con conseguenze assai prevedibili (e temibili) sul piano della decantata coesione sociale, ovvero per evitare che in Italia si giunga ad una situazione in perfetto stile greco.


L’obbiettivo immediato è, quindi, innanzitutto quello di schiacciare qualsiasi resistenza, per poi raggiungere al più presto un aumento della produttività e un margine di competitività tali da consentire di tornare a fare utili; a tutti i costi e, chiaramente, a spese altrui.
Propedeutica a questo disegno è l’opera distruttrice dell’attuale governo nel portare a termine quanto iniziato dai governi di vario colore che lo hanno preceduto, opera che, a causa del precipitare degli eventi, sta freneticamente spingendo l’acceleratore sul piano dello stravolgimento dei rapporti di lavoro, mirando direttamente alla totale cancellazione dei diritti dei lavoratori.


Quale migliore occasione, quindi, di quella offerta dal “caso Pomigliano”, dove la maggiore azienda nazionale, la Fiat, si accinge volenterosamente ad agire da battistrada ed esempio per tutte le altre imprese, utilizzando come d’abitudine il solo e unico metodo storicamente utilizzato nel nostro Paese per raggiungere i due scopi fondamentali della produttività e competitività, ovvero la “spremitura del limone”?


Pomigliano d’Arco, lo stabilimento simbolo della resistenza operaia al Sud, è l’obbiettivo principe per chi vuole dare all’intero paese un segnale decisivo di svolta nelle relazioni industriali e il luogo dove si combatte in questi giorni un braccio di ferro che segnerà come non mai il destino del mondo del lavoro in Italia.


E sarà proprio Sergio Marchionne, il vulcanico amministratore delegato della Fiat, il salvatore della principale azienda nazionale (vedi Chi pagherà in U.N. n.19 del 17 maggio 2009) ad inaugurare il “Glorioso Nuovo Corso”, denominato con una ironia un tantino trash “Fabbrica Italia”: «La realizzazione del piano Fabbrica Italia è essenziale per assicurare il futuro della base manifatturiera italiana, per renderla più efficiente e competitiva e per favorire nuovo sviluppo»

Se ancora un anno fa si potevano nutrire dubbi sulle reali intenzioni di Marchionne, con la “questione Pomigliano” ogni nebbia oggi si dissolve ed ecco che appare nella sua crudezza quale sia il disegno dell’imprenditoria italiana.
I pezzi forti del piano Marchionne sono :

realizzazione di 18 turni settimanali di lavoro sulle linee di montaggio;

120 ore di straordinario obbligatorio;


possibilità di derogare dalla legge che garantisce pause e riposi in caso di lavoro a turno;

riduzione delle pause dagli attuali 40 minuti a 30 minuti per ogni turno;

possibilità di comandare lo straordinario nella mezz’ora di pausa mensa per i turnisti;

sanzioni disciplinari nei confronti delle organizzazioni sindacali che proclamano iniziative di sciopero e sanzioni nei confronti dei singoli lavoratori che vi aderiscono, fino al licenziamento;

facoltà di non applicare le norme del contratto nazionale che prevedono il pagamento della malattia a carico dell’impresa.;

facoltà di spostare i lavoratori in altre aziende fino a 50 Km (senza trasferta o rimborsi);

obbligo di partecipare a corsi aziendali durante la cassa integrazione senza spese per l’azienda

Il tutto accompagnato da toni tra il minaccioso e il paternalistico quali: «non succede in nessuna altra parte del mondo che sia necessario dover convincere qualcuno per non portare la produzione all’estero» oppure «si sta giocando con la vita di 5.000 persone!» e «senza l’accordo di tutte le sigle sindacali, niente investimenti».
Perché Marchionne lo ha spiegato molto chiaramente: l’alternativa sta tra accettare i suoi diktat oppure rinunciare al trasferimento a Pomigliano della produzione della nuova Panda, attualmente di competenza dello stabilimento polacco di Tychy dove, ovviamente, i salari sono ben più bassi di quelli già minimi erogati in Italia e arrivano a stento a una media lorda mensile di 580 euro.

Ovvio quindi che, per godere dei benefici derivanti da tale trasferimento, ci si dovrà adeguare, ma al ribasso, ci mancherebbe altro!
Si può quindi parlare, così come dice esplicitamente la Fiom, di un ricatto, per di più compiuto nei confronti di 5.000 operai che da due anni sono in cassa integrazione.

Attualmente, sabato 12 giugno 2010, risultano firmatari dell’accordo, definito da loro stessi come “storico” (sic!), CISL, UIL, FISMIC e UGL, mentre la CGIL, almeno per il momento, ha sdegnosamente rifiutato di aggiungersi al coro degli “amici del padrone”. Considerati i rapporti di forza tra organizzazioni sindacali, è però assai probabile che anche la CGIL si aggiungerà a breve ai primi firmatari, seppure obtorto collo.


Per quanto poi riguarda la campagna stampa dei media padronali, prontamente accorsi a sostenere l’operato di Marchionne (senza secondi fini, che diamine!), ecco una arguta e sorprendentemente lucida argomentazione tratta dal “Corriere della sera” del 13 giugno, atta a convincere anche i più recalcitranti detrattori del Sistema Unico: “Non vogliamo convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla nostra tradizione, ma che, intelligentemente ‘tradotte’ possono salvaguardare la coesione sociale.”
Inutile dire che, a dispetto delle convinzioni e delle speranze dell’esimio articolista, da quanto precede possiamo unicamente trarre il definitivo convincimento circa la correttezza delle nostre pessimistiche analisi.

E forse perché il periodo delle vacche grasse è definitivamente tramontato (senza, peraltro che i lavoratori italiani ne abbiano a oggi particolarmente goduto), lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, finalmente domato e risorto a nuova vita, potrà chiedere all’unanimità di essere trasferito (virtualmente ma a pieno diritto), in una delle Zone Economiche Speciali della Cina. Proprio quelle dove, in questi stessi giorni, per una ironia della sorte gli operai della Honda – come di altre aziende primarie – si ribellano e, dopo essersi sottratti al controllo dei sindacati di Stato cacciandone (non virtualmente) a pedate i rappresentanti dagli stabilimenti, indicono scioperi auto-organizzati di base, bloccano completamente la produzione e finalmente ottengono consistenti aumenti di salario.

Un esempio lampante delle contraddizioni del capitalismo? Un esempio anche per i lavoratori di Pomigliano?

Posted in Mondo del Lavoro.